Conferire know-how e software in una S.r.l.: opportunità e cautele per startup e imprese individuali

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Abstract

Costituire una startup (o trasformare un’attività individuale in società) conferendo proprietà intellettuale come capitale sociale può ridurre il fabbisogno di cassa e mettere ordine negli asset strategici. Tuttavia, in linea generale, l’operazione funziona solo se il bene immateriale è davvero trasferibile, valutabile e “pulito” nella catena dei diritti.

Questo articolo chiarisce quali regole societarie incidono sui conferimenti in S.r.l. e come impostare, nella pratica, perizia e due diligence, così da arrivare all’atto notarile con scelte negoziali sostenibili.

Quando ha senso costituire una S.r.l. con il Know-how e il software

Nel caso tipico, un team sviluppa un software e un insieme di procedure, documentazione tecnica, modelli di addestramento, pipeline e prassi operative: si tratta di know-how o diritti IP che possono valere più della liquidità disponibile. In questi casi, diviene una occasione concreta far nascere la società conferendo questi asset, così da attribuire quote ai founder senza immobilizzare cassa e, inoltre, presentarsi a investitori e partner con un perimetro proprietario più chiaro.

Talvolta, questa è anche la strada per un’impresa individuale che intenda diventare società, magari per creare uno “scudo patrimoniale” tramite la responsabilità limitata (ma sul punto: Socio unico di una S.r.l.: quali sono i rischi e come proteggere il patrimonio?).

Insomma, conferire proprietà intellettuale è spesso un acceleratore: consente di allineare capitale e sostanza economica della startup, e può rendere più credibile un percorso di raccolta. Ma attenzione: proprio perché il capitale “si fonda” su un bene immateriale, serve un inquadramento societario rigoroso per evitare che la valorizzazione resti una promessa e diventi invece un punto debole in sede di investimento o, peggio, in giudizio.

È bene conoscere quali regole governano il conferimento in S.r.l..

Le regole per i conferimenti di beni immateriali in S.r.l.

In materia di S.r.l., possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica, fermo restando che il valore complessivo dei conferimenti non può essere inferiore al capitale sociale. Il vantaggio, nella pratica, è la possibilità di costituire la società anche quando la cassa è limitata, facendo emergere a capitale l’asset che sostiene il progetto.

Tuttavia non basta indicare “know-how” o “software” in modo generico. In termini di oggetto, occorre definire che cosa viene trasferito e con quali confini: titolarità piena dei diritti (se esiste), diritti di utilizzazione economica, oppure una licenza (spesso si punta all’esclusiva per ridurre ambiguità).

In particolare, il know-how può ricadere nella tutela dei segreti commerciali – art. 98 e 99 c.p.i. – quando consiste in informazioni ed esperienze tecnico-industriali (anche commerciali come le pipeline per acquisizione e gestione del cliente, o le liste clienti e fornitori qualificati) che risultino

  • segrete,
  • hanno valore economico perché segrete e
  • sono protette da misure ragionevoli di riservatezza.

Quanto al software, la tutela tipica è quella del diritto d’autore – legge 633 del 1941 – sui programmi per elaboratore; per questo motivo la verifica centrale è la catena dei diritti (sviluppatori, consulenti, repository, eventuali componenti open source) e la corretta possibilità di trasferire o concedere in uso i diritti di utilizzazione economica. In modo molto sintetico, la disciplina sui programmi per elaboratore ricomprende, tra i diritti esclusivi, la facoltà di autorizzare riproduzione, modifiche/trasformazioni e distribuzione del programma: se il conferente non è effettivamente titolare (o non può concedere validamente tali diritti), l’operazione rischia di perdere sostanza.

Quando il conferimento avviene in natura la regola chiave è la perizia: una relazione giurata con descrizione dei beni, criteri adottati e attestazione che il valore è almeno pari a quello attribuito a capitale (ed eventuale sovrapprezzo), da allegare all’atto costitutivo. Dunque il valore non può restare una formula narrativa: deve essere sostenibile, motivato e coerente con evidenze verificabili.

La legge consente l’operazione e offre strumenti utili alle startup, ma impone di stare dentro confini tecnici e documentali: ed è qui che perizia e due diligence (specie su software e know how) diventano parte strutturale dell’operazione e non un adempimento accessorio.

Quali verifiche e perizie servono per conferire proprietà intellettuale

La perizia è il momento in cui al bene immateriale si assegna un valore.

Nella pratica, la valutazione del know-how è spesso ricondotta a tre famiglie di approcci:

  1. royalties presunte (relief-from-royalty), si può stimare quanto “costerebbe” licenziare quel know-how e attualizzare quel valore alla data di perizia;
  2. reddito incrementale (flussi attribuibili) quali benefici economici incrementali genera per l’impresa avere e godere di quel know how; e
  3. costo di riproduzione/sostenuto (costo storico) oppure quanto costerebbe ricrearlo (approcci approfonditi qui: La valutazione economica del Know-How: Il valore del “Saper Fare”).

Per asset software e IP tecnologica, l’approccio reddituale è frequentemente espresso tramite l’attualizzazione dei flussi (DCF), cioè la proiezione di ricavi/cash flow attesi e la loro attualizzazione. (WIPO: Intellectual Property Valuation Basics for Technology Transfer Professionals – 6 The income approach)

Tuttavia la perizia, da sola, non risolve l’obiezione che un investitore (o un acquirente) pone da subito: chi è davvero titolare dei diritti e quali sono vincoli e i vizi nascosti. La due diligence è, dunque, la “prova di realtà” del conferimento.

In assenza di una catena dei diritti pulita, ad esempio, il conferimento rischia di diventare un punto di frizione: contestazioni tra founder, diritti di ex collaboratori, licenze non rispettate, o materiale non trasferibile perché custodito solo nella testa di chi lo ha creato.

Si pensi al caso del conferimento di software composto di codice di terzi o open source. Senza un accertamento dell’esclusiva sul codice, non ha senso parlare di valore. In assenza di due diligence credibile, anzi, diventa addirittura rischioso mantenere in portafoglio aziendale della proprietà intellettuale, perché espone il fianco a contestazioni di stakeholders e fisco.

In sede di due diligence, checklist dedicate e standard di compliance sono spesso utilizzati proprio per misurare maturità e rischi. Il know how e i diritti sul software sono considerabili tra i più rischiosi perché altamente soggetti a fluttuazioni di valore e perché legati ad un diritto che non viene attestato da certificati e registrazioni, come avviene per marchi e design. Eppure sono attualmente al centro del valore di molte imprese.

Per questi motivi tali asset non vanno ignorati, da un lato, ma nella loro valutazione diventa essenziale svolgere la due diligence.

A questo punto resta da tradurre il quadro in mosse operative, perché l’operazione regga davanti a notaio, perito e futuri investitori, nonchè, ahinoi, ad un giudice.

Impostare i passi operativi

Prima di formalizzare il conferimento, conviene impostare un percorso documentale e tecnico in grado di sostenere perizia, due diligence e governance, soprattutto se l’operazione nasce da una startup “software-first” o da un’impresa individuale che si organizza in forma societaria:

  1. Mappatura dell’IP conferenda: descrizione puntuale di software, repository, documentazione, processi, dataset e know-how (cosa rientra e cosa resta fuori), in modo verificabile.
  2. Verifica della catena dei diritti: contratti con sviluppatori, consulenti e collaboratori; clausole di cessione/attribuzione; gestione delle credenziali e dei materiali, in quanto spesso il rischio sta nei “pezzi” dispersi.
  3. Misure di tutela del know-how: riservatezza, accessi, tracciamento, policy interne e gestione delle informazioni, perché il valore del know-how dipende anche dalla sua segretezza e individuabilità (per approfondire: Quando il valore dell’impresa dipende dal know-how… che può andarsene).
  4. Audit e compliance: inventario delle dipendenze, verifica delle licenze, predisposizione di notice e documentazione, e adozione di un impianto coerente con benchmark, soprattutto se si punta a round di investimenti o M&A.
  5. Scelta della struttura del conferimento: trasferimento della titolarità o concessione di diritti (esclusiva/non esclusiva), con perimetro contrattuale chiaro su territori, durata, aggiornamenti e manutenzione, così da evitare ambiguità in sede.
  6. Allineamento tra founder: accordi preliminari – anche tramite MoU – su conferimenti, ruoli e principi di governance, evitando che la proprietà intellettuale diventi terreno di conflitto futuro (Guida al Memorandum of Understanding (MoU): uno strumento chiave per startup e collaborazioni).

In modo coerente, l’operazione dovrebbe chiudersi con un fascicolo “investor-ready”: perizia, catena dei diritti, audit open source, descrizione tecnica dell’asset e scelte contrattuali, così che il capitale sociale basato su proprietà intellettuale sia in grado di sostenere crescita, contratti e round successivi.

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Data di pubblicazione: 20 Marzo 2026

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Gabriele Rossi

Laureato in giurisprudenza, con esperienza nella consulenza legale a imprese, enti e pubbliche amministrazioni.

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