Abstract
La disciplina delle banche dati si fonda su una distinzione centrale tra dati, struttura e investimento. La tutela autoriale non riguarda i contenuti raccolti, ma l’organizzazione originale della banca dati, mentre i diritti esclusivi dell’autore e i relativi limiti definiscono il perimetro di utilizzo consentito. L’originalità emerge solo quando la selezione o disposizione dei dati riflette una scelta creativa, e non un mero sforzo organizzativo. In assenza di tale requisito, la protezione non viene meno, ma si sposta sui contenuti o sul diritto sui generis. Questa distinzione diventa decisiva nei progetti culturali digitali, in cui la struttura può assumere un valore autonomo.
Quali diritti ha l’autore di una banca dati (art. 64-quinquies l.d.a.)?
Quando si realizza una banca dati, il primo punto da chiarire è quali diritti la legge riconosce al suo autore.
L’art. 64-quinquies della Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941 – L.d.a.), che recepisce l’art. 5 della Direttiva 96/9/CE, individua i diritti esclusivi dell’autore della banca dati.
La normativa sulla banca dati non riguarda i dati in sé, né il loro semplice accumulo, ma il modo in cui sono selezionati e organizzati. Per questo la tutela autoriale riguarda la banca dati come struttura e va tenuta distinta sia dai diritti che possono gravare sui singoli contenuti, sia dal diritto sui generis del costitutore previsto dall’art. 102-bis L.d.a.
In questo quadro, il legislatore attribuisce all’autore un controllo ampio sulle principali forme di utilizzo della banca dati. Rientra anzitutto il potere di autorizzare o vietare la riproduzione, anche solo parziale o temporanea, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi forma. A questo si affianca il controllo su tutte le modifiche della struttura, comprese traduzioni, adattamenti, diverse disposizioni e qualsiasi altra trasformazione.
La norma include poi la distribuzione al pubblico dell’originale o di copie della banca dati, precisando che la prima vendita nell’Unione Europea da parte del titolare, o con il suo consenso, esaurisce il diritto di controllare le vendite successive di quella copia. Tra i diritti esclusivi rientra anche la comunicazione al pubblico, cioè ogni forma di messa a disposizione della banca dati, inclusa la consultazione attraverso piattaforme digitali.
Infine, la tutela si estende anche ai risultati della attività di modifica: la riproduzione, distribuzione o comunicazione al pubblico delle versioni adattate o riorganizzate resta soggetta al controllo del titolare.
Letta in questi termini, la norma non si limita a elencare singoli diritti, ma definisce un perimetro molto ampio di controllo sull’uso della banca dati.
È proprio questo perimetro che diventa rilevante, nella pratica, quando la struttura della banca dati assume un valore autonomo rispetto ai contenuti che raccoglie.
Quando si può usare una banca dati senza il consenso dell’autore?
I diritti esclusivi dell’autore della banca dati non sono illimitati. L’art. 64-sexies L.d.a. individua infatti alcune ipotesi in cui l’autorizzazione del titolare non è richiesta, ma con confini ben precisi.
È il caso, in primo luogo, dell’accesso o della consultazione della banca dati per finalità esclusivamente didattiche o di ricerca scientifica. In questi casi, l’uso della banca dati è libero se non ha finalità commerciali, se viene indicata la fonte e se resta proporzionato allo scopo perseguito. Questo significa che non tutto è consentito: l’utilizzo deve essere limitato a ciò che serve davvero, e non può tradursi in una riproduzione stabile o sistematica della banca dati.
La stessa norma esclude inoltre l’autorizzazione per l’impiego della banca dati a fini di sicurezza pubblica o nell’ambito di una procedura amministrativa o giurisdizionale. In questi casi, prevale l’interesse pubblico all’uso dell’informazione rispetto al controllo del titolare.
L’art. 64-sexies aggiunge poi un profilo molto importante: quello dell’utente legittimo. Chi accede legittimamente a una banca dati può compiere tutte le operazioni necessarie per consultarla e utilizzarla secondo la sua funzione. In altre parole, l’uso “normale” della banca dati non può essere bloccato dal titolare, nemmeno attraverso clausole contrattuali, che in questi casi sono nulle.
Tuttavia, questi limiti non possono essere estesi oltre misura. La legge chiarisce che le utilizzazioni consentite non devono compromettere lo sfruttamento economico della banca dati né arrecare un pregiudizio ingiustificato al titolare.
Che cosa protegge davvero l’art. 64-quinquies: la struttura, non i dati
Il punto decisivo, a questo stadio, è evitare l’equivoco più frequente. L’art. 64-quinquies non protegge i dati in sé, né il semplice fatto che essi siano stati raccolti in una piattaforma o in un archivio. Protegge solo la banca dati come opera, cioè quando la selezione o disposizione dei contenuti riflette una scelta originale. In altre parole, ciò che rileva non è il contenuto, ma il modo in cui è organizzato.
Questo criterio è stato chiarito in modo netto dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: la tutela scatta quando la scelta o la disposizione dei dati costituisce un’espressione originale della libertà creativa dell’autore. Non basta aver investito tempo, risorse o competenze per raccogliere i dati, né è sufficiente che i contenuti siano rilevanti o complessi. Il diritto d’autore non premia lo sforzo né l’investimento, ma l’impronta personale che si manifesta nell’organizzazione del materiale.
Da questo discende una conseguenza pratica molto importante. Una banca dati può essere ampia, costosa da costruire e strategica, ma non rientrare comunque nella tutela dell’art. 64-quinquies, se è organizzata secondo criteri standard o obbligati, come un ordine cronologico, alfabetico o per categorie tecniche. In questi casi, la tutela potrà spostarsi sul diritto sui generis del costitutore o sui diritti relativi ai singoli contenuti, ma non sulla banca dati come opera dell’ingegno.
Questo porta a una distinzione operativa che orienta davvero le scelte. Se la banca dati è solo una raccolta non c’è tutela autoriale; se invece incorpora una logica originale di selezione o organizzazione, può operare la tutela dell’art. 64-quinquies L.d.a.
Un ultimo chiarimento evita errori frequenti: anche quando la struttura è protetta, i contenuti restano autonomi. Se una banca dati raccoglie fotografie, testi o altri materiali essi continuano a mantenere i propri titolari e le proprie regole. L’autore della banca dati non acquista i diritti sui contenuti, ma sulla modalità creativa con cui li ha selezionati e organizzati.
Quando cataloghi, archivi e piattaforme culturali sono protetti?
Nel settore culturale la distinzione tra contenuti, struttura e investimento non è teorica: è ciò che determina se una banca dati sia o meno protetta dal diritto d’autore oppure no.
I progetti digitali non sono mai soltanto contenitori: spesso combinano contenuti eterogenei, metadati, scelte curatoriali, strumenti di ricerca e logiche narrative. Proprio per questo, il punto non è cosa contengono ma come sono costruiti.
Un catalogo digitale “curato” di un museo, ad esempio, può essere protetto oppure no a seconda di come è progettato. Se il catalogo non si limita a ordinare le opere per autore, titolo o data, ma costruisce un percorso critico originale — per esempio collegando le opere secondo un’ipotesi curatoriale, una relazione interpretativa o una tassonomia non convenzionale — allora la struttura della banca dati può godere della tutela autoriale. In questo caso la creatività non risiede nelle singole opere o nelle singole schede, ma nel progetto intellettuale che governa la loro selezione e disposizione.
La situazione potrebbe cambiare nel caso di un archivio fotografico storico digitalizzato. Anche se il lavoro di raccolta e digitalizzazione è complesso e costoso, la struttura resta spesso tecnica: ordine cronologico, luogo di scatto, numero di inventario. Il valore c’è, ma non è nella creatività della struttura. La protezione si sposta quindi sui diritti sulle singole fotografie e, eventualmente, sull’investimento sostenuto per creare l’archivio (art. 102-bis L.d.a.).
Diverso ancora è il caso della piattaforma culturale con metadati e strumenti di ricerca originali — o, in una versione più evoluta, una piattaforma di mostra o di digital humanities. Qui il nodo è capire se la struttura dei metadati, delle correlazioni e dei percorsi di interrogazione esprima una scelta intellettuale originale. Se il sistema consente di leggere il patrimonio secondo logiche non standard, costruisce relazioni inedite tra opere, luoghi, materiali o cronologie e incorpora una vera architettura narrativa o scientifica, la banca dati può assumere una fisionomia autoriale.
La conseguenza è molto semplice. Nel settore culturale la banca dati è protetta dal diritto d’autore solo quando la sua struttura riflette una scelta originale. Se questa scelta manca, la tutela non scompare, ma cambia…
Revisionato da: Margherita Manca
Data di pubblicazione: 17 Aprile 2026
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Celeste Martinez Di Leo
Praticante avvocato, laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Pavia e in “Abogacía” presso l’Universidad de Belgrano (Argentina) a pieni voti.
