Abstract
Negli ultimi anni la multipotenzialità è diventata una parola chiave per descrivere chi coltiva interessi e competenze in ambiti diversi. Ma questo concetto è davvero nuovo? E soprattutto: ha ancora senso nell’epoca dell’intelligenza artificiale, in cui l’accesso alla conoscenza è diventato quasi immediato? Ripercorrendo le origini di questa idea e i modelli professionali che l’hanno preceduta, emerge una domanda più semplice — e più scomoda — per tutti i lavoratori della conoscenza.
Dieci anni fa eravamo tutti multipotenziali
Circa dieci anni fa una parola ha iniziato a circolare con insistenza nei dibattiti sul lavoro e sulla crescita personale: multipotenzialità. Sembrava offrire una risposta semplice a una sensazione sempre più diffusa: l’idea che non tutti fossero fatti per una sola professione, una sola competenza, una sola traiettoria di carriera. Molte persone si riconoscevano in una condizione diversa, fatta di interessi molteplici e curiosità trasversali.
Il momento simbolico di questa diffusione arriva nel 2015 con il celebre intervento TED di Emilie Wapnick, che descrive i cosiddetti multipotentialites: individui capaci di appassionarsi a discipline diverse e di muoversi tra campi apparentemente lontani. Il messaggio intercetta qualcosa di profondo nello spirito del tempo. Per molti, finalmente, esisteva una parola capace di spiegare una sensazione fino ad allora difficile da definire.
Quel successo, tuttavia, non nasce nel vuoto. All’inizio degli anni 2010 il mondo del lavoro stava già cambiando rapidamente. La crisi economica aveva incrinato l’idea della carriera lineare, internet stava ampliando l’accesso al sapere e nuove professioni digitali iniziavano a emergere. In questo contesto la multipotenzialità non appariva più come un difetto caratteriale, ma come una possibile forma di adattamento a un’economia sempre più fondata sulla conoscenza.
Per qualche anno il concetto ha avuto un forte potere liberatorio. Permetteva di mettere in discussione un presupposto radicato: che la competenza dovesse necessariamente coincidere con la specializzazione estrema. Ma proprio il successo dell’idea ha finito per sollevare una domanda inevitabile: la multipotenzialità descrive davvero una nuova realtà professionale oppure è soprattutto una narrazione affascinante del nostro tempo?
Ma i multipotenziali esistono davvero?
Il successo della parola multipotenzialità negli anni 2010 ha dato l’impressione di descrivere una figura nuova: professionisti capaci di muoversi tra competenze diverse e di attraversare più discipline nel corso della propria carriera. Ma guardando alla letteratura sul lavoro e sull’organizzazione emerge subito un dubbio: questa figura è davvero una novità oppure esiste da molto più tempo di quanto si creda?
Uno dei primi a descrivere carriere non lineari è stato il filosofo ed economista britannico Charles Handy. Nel libro The Age of Unreason, pubblicato nel 1989, Handy introduce il concetto di portfolio career: una carriera costruita non attorno a un unico ruolo stabile, ma attraverso un insieme di attività diverse. Secondo la sua analisi, sempre più professionisti avrebbero combinato consulenza, insegnamento, scrittura o partecipazione a progetti differenti. Ciò che negli anni Ottanta appariva quasi come una previsione teorica è diventato oggi una realtà diffusa nell’economia della conoscenza.
Negli anni successivi la ricerca sull’organizzazione del lavoro ha sviluppato diversi modelli per descrivere queste figure ibride. Tra questi vi è quello delle T-shaped skills, discusso nella letteratura sulla gestione delle risorse umane degli anni Novanta, anche negli studi dello psicologo organizzativo David Guest. L’immagine della “T” rappresenta una struttura di competenze molto precisa: la linea verticale indica una specializzazione profonda, mentre quella orizzontale rappresenta la capacità di dialogare con altri ambiti disciplinari. Il modello è stato poi reso particolarmente popolare nei contesti di innovazione da organizzazioni come IDEO, società internazionale di design e consulenza nota per il suo human-centered design, un approccio interdisciplinare allo sviluppo di prodotti e servizi.
Una riflessione simile emerge anche in tempi più recenti nel libro Range(2019), in cui il giornalista scientifico David Epstein mette in discussione l’idea che la specializzazione precoce sia sempre la strada migliore. Analizzando numerosi casi provenienti dallo sport, dalla scienza e dall’innovazione tecnologica, Epstein mostra come molte scoperte e soluzioni originali nascano da persone che possiedono un’ampia varietà di esperienze e competenze. Secondo la sua analisi, questa ampiezza consente di trasferire modelli e intuizioni da un campo all’altro, individuando connessioni che restano invisibili a chi opera esclusivamente all’interno di una sola disciplina.
Guardata in questa prospettiva, la multipotenzialità appare meno come una scoperta recente e più come una nuova etichetta per fenomeni professionali studiati da decenni. Il termine ha avuto successo perché ha saputo dare una narrazione semplice e riconoscibile a trasformazioni del lavoro già in corso. Ma proprio questa popolarità solleva una domanda ulteriore: quanto è realistica l’idea di una competenza ampia e interdisciplinare? E soprattutto, che cosa distingue davvero un professionista capace di attraversare più campi da chi si limita a sfiorarli?
Polymath… come da Vinci?
Se esiste una figura che incarna l’ideale della mente capace di attraversare discipline diverse, questa è il polymath. Il termine deriva dal greco polymathēs, “colui che ha imparato molte cose”, e nella storia della cultura europea è stato utilizzato per descrivere studiosi dotati di una competenza reale in più campi del sapere. Tra gli esempi più celebri viene spesso citato Leonardo da Vinci, capace di muoversi tra pittura, ingegneria, anatomia e scienze naturali con una profondità che ancora oggi continua a stupire.
Accanto a lui vengono spesso ricordate altre figure straordinarie della tradizione occidentale, come Gottfried Wilhelm Leibniz — filosofo, matematico e inventore del calcolo infinitesimale — o Benjamin Franklin, scienziato, diplomatico e padre fondatore degli Stati Uniti.
Il paragone, tuttavia, richiede una certa cautela. Nel mondo contemporaneo la parola polymath viene spesso evocata per descrivere professionisti che si muovono tra ambiti diversi — consulenza, contenuti, tecnologia, formazione — soprattutto nell’economia digitale. Ma tra la profondità di figure rinascimentali come Leonardo e molti dei “polymath” contemporanei esiste una distanza evidente. Nel primo caso si trattava di studio sistematico e ricerca, nel secondo più spesso di versatilità e improvvisazione.
Questo non significa che il fenomeno contemporaneo sia irrilevante. Negli ultimi anni la diffusione di strumenti digitali e piattaforme collaborative ha ampliato enormemente la capacità operativa del singolo professionista. Oggi una persona può progettare, scrivere, analizzare dati, produrre contenuti o sviluppare idee con una facilità impensabile solo pochi anni fa. Strumenti di supporto alla conoscenza come ChatGPT o piattaforme di organizzazione del lavoro come Notion permettono di svolgere attività che in passato richiedevano team più strutturati.
In questo contesto emergono nuove figure professionali ibride, talvolta descritte come solo polymath: individui che combinano competenze diverse per costruire un proprio ecosistema di attività — consulenza, formazione, contenuti, progetti digitali. Più che un ritorno al modello rinascimentale del sapiente universale, si tratta spesso della nascita di micro-imprese individuali fondate sulla versatilità professionale. Ed è proprio qui che emerge un interrogativo decisivo per il nostro tempo: quando l’accesso agli strumenti diventa sempre più semplice, quanto della competenza che esibiamo è reale e quanto è solo apparente?
La multipotenzialità è finita?
L’idea della multipotenzialità ha avuto il merito di mettere in discussione un presupposto a lungo dominante nel mondo del lavoro: che il valore professionale dipenda necessariamente da una specializzazione estrema. In un’economia sempre più complessa e interconnessa, la capacità di muoversi tra discipline diverse può rappresentare un vantaggio reale. Molte innovazioni nascono proprio dall’incontro tra competenze lontane tra loro.
Allo stesso tempo, però, il contesto contemporaneo introduce un rischio nuovo. Gli strumenti digitali — e in particolare i sistemi di intelligenza artificiale — permettono oggi di accedere a informazioni, sintesi e spiegazioni con una rapidità senza precedenti. Questa straordinaria disponibilità di conoscenza può generare una sensazione di padronanza che non sempre corrisponde a una comprensione profonda. Il confine tra apprendere e semplicemente consultare uno strumento diventa sempre più sottile.
La psicologia cognitiva descrive da tempo un fenomeno simile. Il cosiddetto Dunning–Kruger effect indica la tendenza delle persone con competenze limitate a sovrastimare la propria preparazione, mentre chi possiede una conoscenza più solida è spesso più consapevole dei propri limiti. In un certo senso si tratta quasi dell’opposto della Impostor syndrome: se quest’ultima porta persone molto competenti a sentirsi inadeguate, il Dunning–Kruger descrive invece la situazione in cui una comprensione superficiale genera un’eccessiva sicurezza. In un’epoca in cui le tecnologie rendono la produzione e la consultazione di informazioni estremamente facile, questa dinamica rischia di amplificarsi ulteriormente.
Questo non significa che la curiosità interdisciplinare debba essere messa da parte. Al contrario, la storia della conoscenza mostra quanto sia prezioso l’incontro tra ambiti diversi. Ma la vera multipotenzialità, quando esiste, non nasce dalla rapidità degli strumenti né dalla moltiplicazione delle attività. Nasce piuttosto da un’autentica volontà di comprendere, che richiede tempo, studio e profondità.
Per questo, al di là delle etichette, resta una qualità che merita sempre rispetto: la curiosità intellettuale di chi continua a interrogarsi sul mondo.
Forse la vera multipotenzialità non è sapere molte cose, ma non smettere mai di voler capire il mondo.
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Data di pubblicazione: 16 Marzo 2026
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Arlo Canella
Managing & founding partner, avvocato del Foro di Milano e cassazionista, responsabile formazione e ricerca indipendente dello Studio CC®.
