Perché molte imprese perdono le cause sui segreti commerciali (e come evitarlo)

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Abstract

Molte imprese sono convinte di detenere informazioni decisive per il proprio business: idee, procedure, soluzioni tecniche, strategie commerciali che costituiscono un reale vantaggio competitivo. Proprio per questo, tendono a dare per scontato che tali informazioni siano, di per sé, protette. Questa convinzione entra però spesso in crisi quando un collaboratore interrompe il rapporto, un fornitore assume il ruolo di concorrente o un ex partner inizia a operare sul medesimo mercato. In questi casi, ciò che l’impresa considera “evidentemente segreto” può rivelarsi, in tribunale, giuridicamente irrilevante.

È da qui che nasce la frustrazione di molte aziende: la percezione di aver subito un comportamento scorretto non trova riscontro in una tutela effettiva, e il contenzioso si conclude con un rigetto inatteso delle domande. La ragione non va cercata, però, soltanto nella condotta altrui. Più spesso, il problema risiede a monte, nell’assenza di una strategia consapevole e strutturata di protezione del know-how.

Che cosa sono davvero i segreti commerciali (secondo la legge)

Per comprendere perché molte imprese soccombono in controversie di questo tipo, occorre partire da un dato essenziale: la legge non protegge automaticamente tutto ciò che un’azienda reputa importante. Non è sufficiente che un’informazione sia utile o strategica, né che l’impresa la consideri riservata. La tutela dei segreti commerciali è costruita su presupposti rigorosi e non ammette approssimazioni.

In Italia, la disciplina di riferimento è contenuta nell’art. 98 del Codice della Proprietà Industriale, che tutela i cosiddetti segreti commerciali (approfondisci: La tutela dei segreti commerciali: strategie e strumenti per le imprese – Canella Camaiora). La norma stabilisce che un’informazione può essere qualificata come segreto soltanto quando ricorrono, congiuntamente, tre requisiti.

Il primo è la segretezza: l’informazione deve essere effettivamente non nota o non facilmente accessibile agli operatori del settore. Non deve trattarsi di un contenuto ricavabile dall’esterno o già disponibile sul mercato. Il fatto che l’impresa non lo divulghi non è sufficiente: occorre che la conoscenza resti circoscritta e che proprio questa limitazione costituisca un elemento distintivo.

Il secondo requisito è il valore economico. L’informazione deve possedere un valore proprio in quanto segreta, cioè deve attribuire all’impresa un vantaggio competitivo. Può consistere in una soluzione tecnica, in un processo produttivo, in un metodo organizzativo o in dati commerciali rilevanti. La tutela si giustifica nella misura in cui l’informazione incida concretamente sulla posizione dell’impresa nel mercato.

Il terzo requisito, spesso decisivo, è l’adozione di misure di protezione adeguate. La legge richiede che l’impresa abbia predisposto strumenti ragionevoli per preservare la riservatezza dell’informazione. Un segreto non è tale solo perché esiste: è tale perché viene trattato come tale, attraverso regole, procedure e cautele idonee a impedirne la diffusione o l’utilizzo non autorizzato.

Ne deriva che non basta affermare la riservatezza, né confidare nella fiducia verso dipendenti o collaboratori. Occorre poter dimostrare l’esistenza di un sistema concreto di tutela, fondato su accordi contrattuali, limitazioni di accesso, protocolli interni e misure organizzative coerenti con il valore dell’informazione. In mancanza di tali presupposti, l’informazione potrà anche essere rilevante sul piano aziendale, ma non sarà qualificabile come segreto tutelabile sul piano giuridico, e difficilmente potrà fondare una pretesa efficace in giudizio.

Gli errori più frequenti delle imprese

Nella pratica giudiziaria, gli errori commessi dalle imprese in materia di segreti commerciali sono ricorrenti e, per certi versi, prevedibili. Non si tratta di comportamenti eccezionali, ma di prassi diffuse, spesso adottate in buona fede e con la convinzione di aver fatto quanto necessario (approfondisci: Quando il valore dell’impresa dipende dal know-how… che può andarsene – Canella Camaiora). Il punto è che ciò che appare ragionevole sul piano organizzativo non sempre lo è sul piano giuridico, soprattutto quando si tratta di dimostrare l’esistenza di un segreto tutelabile.

Il primo errore consiste nel fare affidamento su strumenti di protezione generici. Password ai computer aziendali, accessi alle email interne, cartelle condivise o semplici indicazioni verbali di riservatezza vengono frequentemente considerate misure sufficienti. In realtà, si tratta di strumenti che rientrano nella normale gestione informatica di qualsiasi impresa e che, proprio per questo, non dimostrano l’adozione di una strategia specifica di tutela dei segreti commerciali. L’uso ordinario di credenziali o di sistemi di accesso non consente, da solo, di qualificare determinate informazioni come giuridicamente protette.

Un secondo errore, altrettanto frequente, è la confusione tra know-how e informazionicommercialiordinarie. Le imprese tendono a ricomprendere nella nozione di segreto tutto ciò che attiene al rapporto con il cliente: esigenze operative, modalità di erogazione dei servizi, prezzi, condizioni contrattuali. Tuttavia, molte di queste informazioni sono destinate, per loro natura, a circolare nel mercato e vengono spesso condivise con consulenti, fornitori o altri soggetti terzi. In assenza di una chiara delimitazione, il confine tra informazione riservata e informazione ordinaria diventa troppo incerto per sostenere una tutela effettiva.

Il terzo errore, forse il più insidioso, emerge al momento dell’introduzione del giudizio. Non di rado, le domande giudiziali si limitano a evocare in modo generico concetti come “software”, “piattaforma”, “processo” o “metodo di lavoro”, senza distinguere tra il contenitore e il contenuto, tra ciò che è visibile all’esterno e ciò che dovrebbe rimanere riservato. Per il giudice, tuttavia, non è sufficiente richiamare un’idea astratta di know-how: è necessario individuare con precisione l’oggetto della tutela e spiegare perché, in concreto, debba essere considerato un segreto.

Quando queste precisazioni mancano, la domanda perde progressivamente consistenza fino a risultare non accoglibile. Non perché l’impresa non abbia subito un pregiudizio, ma perché quel pregiudizio non è stato tradotto in una violazione giuridicamente riconoscibile e dimostrabile (approfondisci: Know-how commerciale: come tutelarlo e reagire in caso di “furto” – Canella Camaiora).

La risposta dei tribunali: una recente sentenza di Firenze

Una recente sentenza del Tribunale di Firenze (sent. 5/2026) offre una risposta molto chiara alle difficoltà che molte imprese incontrano quando cercano di tutelare il proprio know-how in giudizio. Il caso nasce da una situazione tutt’altro che rara: una società che per anni aveva collaborato con un professionista esterno si è trovata a perdere un cliente a favore dello stesso collaboratore, il quale aveva nel frattempo costituito una propria società (vedi anche Ex dipendenti: quando il “travaso” di informazioni aziendali non è illecito – Canella Camaiora). Secondo l’impresa, l’ex collaboratore avrebbe sfruttato informazioni tecniche e commerciali acquisite durante la collaborazione per presentare un’offerta più competitiva e aggiudicarsi il servizio.

Secondo l’attrice, quelle informazioni rappresentavano il nucleo del proprio business e avrebbero dovuto essere considerate segreti commerciali. Tuttavia, il Tribunale ha respinto integralmente le domande. La ragione non risiede in una valutazione “morale” della condotta, ma nell’applicazione rigorosa dei requisitiprevistidallalegge. In particolare, il giudice ha rilevato che l’impresa non era riuscita a individuare con precisione quali fossero, concretamente, i segretiviolati. Software, piattaforme, processi e informazioni commerciali venivano richiamati in modo generico e senza una chiara delimitazione dell’oggetto della tutela.

Ancora più decisivo è stato il tema delle misure di protezione. Il Tribunale ha escluso che strumenti come password ai computer aziendali, accessi diffusi ai sistemi informatici o la gestione ordinaria delle email potessero essere considerati misure idonee di secretazione. Si tratta, infatti, di strumenti comuni a qualsiasi organizzazione e non sufficienti a dimostrare l’esistenza di una vera strategia di protezione delle informazioni riservate. In assenza di una chiara distinzione tra ciò che era segreto e ciò che non lo era, e senza regole specifiche volte a limitarne l’accesso e l’utilizzo, la tutela dei segreti commerciali è stata esclusa.Un ulteriore passaggio della sentenza chiarisce un equivoco frequente: la sussistenza di un segreto industriale non può essere “ammessa” o riconosciuta per il solo fatto che la controparte non lo contesti. La qualificazione di un’informazione come segreto commerciale non è una semplice circostanza di fatto, ma una valutazione giuridica che richiede la verifica puntuale dei requisiti previsti dalla legge. Di conseguenza, spetta sempre all’impresa che agisce in giudizio dimostrare l’esistenza del segreto e delle misure adottate per proteggerlo, indipendentemente dalla strategia difensiva della controparte.

Proprio per queste ragioni, il Tribunale ha escluso non solo la violazione dei segreti commerciali, ma anche la concorrenza sleale, rigettando integralmente le domande. Il messaggio che emerge è chiaro: la tutela del know-how non nasce in tribunale, ma deve essere pianificata e gestita in modo strategico molto prima di arrivare alla causa.

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Come evitare di perdere una causa, prima ancora di iniziarla

La lezione che emerge da queste controversie è chiaramente preventiva. La tutela del know-how non si costruisce quando il conflitto è già in corso, ma deve essere pianificata con coerenza nel tempo. Proteggere le informazioni strategiche significa, prima di tutto, saper distinguere con precisione ciò che è davvero centrale per l’impresa da ciò che appartiene alla sua normale operatività. Non tutto è un segreto, e proprio per questo è essenziale individuare con chiarezza quali informazioni meritano una protezione più robusta.

Una volta identificati gli asset da proteggere, è necessario stabilire una disciplina contrattuale adeguata. I rapporti con collaboratori, consulenti e fornitori devono essere regolati da accordi di riservatezza (approfondisci: Accordi di riservatezza (NDA): come proteggere il valore delle informazioni – Canella Camaiora) e contratti scritti con precisione, che specifichino in dettaglio quali informazioni sono riservate, come possano essere utilizzate e quali sono le conseguenze in caso di violazione. Inoltre, laddove la legge lo consenta, le clausole di non concorrenza possono contribuire a prevenire conflitti futuri, proteggendo ulteriormente l’impresa (approfondisci: Clausole di non concorrenza: uno strumento utile da maneggiare con attenzione – Canella Camaiora).

Accanto a una corretta regolamentazione contrattuale, le imprese devono adottare politiche interne di accesso selettivo alle informazioni. La circolazione indiscriminata dei dati, anche all’interno dell’organizzazione, indebolisce qualsiasi pretesa di protezione legale. È fondamentale che solo le persone effettivamente necessitate abbiano accesso a determinate informazioni riservate, creando così un confine chiaro tra ciò che può essere condiviso e ciò che deve restare protetto.

Infine, le misure tecniche e organizzative devono essere allineate con il valore dell’informazione da tutelare. Sistemi informatici sicuri, procedure per la gestione dei dati, modalità di archiviazione e rigorosi controlli sugli accessi non sono semplici aspetti operativi, ma devono essere considerati come parte integrante della strategia di protezione del know-how aziendale. Più un’informazione è strategica, maggiore deve essere l’attenzione dedicata a garantirne la sicurezza.

Solo adottando questo approccio integrato, l’impresa potrà, in caso di conflitto, dimostrare non solo di possedere informazioni riservate, ma anche di averle effettivamente trattate come segreti commerciali. Ed è proprio per questo che il supporto legale specializzato diventa fondamentale: non solo per intervenire quando la causa è già in corso, ma per aiutare l’impresa a costruire un sistema di protezione efficace, capace di prevenire il contenzioso e di rafforzare, se necessario, la posizione in giudizio.

© Canella Camaiora S.t.A. S.r.l. - Tutti i diritti riservati.
Data di pubblicazione: 11 Marzo 2026

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Margherita Manca

Avvocato presso lo Studio Legale Canella Camaiora, iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano, si occupa di diritto industriale.

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