Abstract
Il CES 2026 (Consumer Electronics Show di Las Vegas) ha segnato un punto di svolta: l’intelligenza artificiale non è più una novità, ma una condizione di base. Dai robot domestici (ancora impacciati) alla guida assistita avanzata, fino ai sistemi di salute digitale, la tecnologia non chiede più il permesso: entra nei processi, nei prodotti, nel lavoro. Questo articolo racconta cosa è emerso tra i padiglioni del CES, ma soprattutto cosa significa per le imprese. Perché mentre le startup scalano e i big rilasciano roadmap ambiziose, restare fermi equivale a restare indietro.
Il futuro si decide a Las Vegas!
Ogni anno, a gennaio, Las Vegas si trasforma nel centro nevralgico della tecnologia globale. Ma il CES (Consumer Electronics Show) non è più solo un palcoscenico per gadget futuristici. L’edizione 2026 – con oltre 148.000 partecipanti da tutto il mondo e 4.100 espositori (tra cui ben 1.200 startup) – ha confermato una verità scomoda per chi fa impresa: qui non si assiste allo spettacolo della tecnologia, qui si decide il futuro.
La presenza massiccia di dirigenti di alto livello – più della metà dei visitatori – racconta molto: non si viene più al CES solo per curiosare, ma per decidere. Le aziende osservano, analizzano, stringono accordi. Non è un salone espositivo, è un laboratorio strategico. Come ha dichiarato Gary Shapiro, CEO della Consumer Technology Association, il CES è “più di una vetrina: è il luogo dove la tecnologia incontra comunità, business e policy”.
Le innovazioni presentate qui non restano prototipi. Diventano standard, modelli, benchmark. Idee che poche settimane dopo entrano nei piani industriali, nei prodotti che compriamo e nei servizi che utilizziamo. E non si parla più solo di elettronica di consumo: molte soluzioni progettate per la casa trovano impiego anche nei luoghi di lavoro, accelerando trasformazioni in settori insospettabili.
Il CES è quindi diventato una lente d’ingrandimento sul futuro del business. Guardare cosa emerge tra i suoi padiglioni significa anticipare le direzioni in cui si muoveranno mercati, regolamenti e investimenti. Chi resta fermo rischia di inseguire.
E quest’anno, tra robot, veicoli intelligenti e soluzioni sanitarie digitali, un messaggio è emerso con forza trasversale. Una tecnologia è ovunque, integrata, invisibile ma dominante…
La fine dell’intelligenza artificiale (come strumento)
Passeggiando tra i padiglioni del CES 2026, una cosa è stata subito chiara: l’intelligenza artificiale non è più una funzione extra, è il cuore pulsante di tutto. Dall’automotive alla salute, dalla robotica all’elettronica di consumo, l’IA non è stata annunciata. È stata data per scontata. Integrata. Invisibile. Ma ovunque.
Questo non è un semplice cambio tecnologico. È un cambio di paradigma. Non parliamo più di “trasformazione digitale”, ma di qualcosa di più profondo: una trasformazione intelligente, in cui l’IA ridisegna ruoli, processi, aspettative. E per le imprese significa una cosa sola: l’epoca dei progetti pilota è finita. L’IA è diventata infrastruttura.
Ovunque ci sia un dato, c’è un algoritmo che lo legge e decide cosa farne. Assistenti virtuali che parlano come umani nelle auto. Sistemi industriali che si auto-ottimizzano. E perfino pet robot “emotivi”, come il Famibot LilMilo di Ecovacs, capaci di seguire il proprietario, rispondere a carezze, riconoscere la voce. Non solo giocattoli, ma compagnia per chi non può avere animali veri.

Famibot LilMilo, il robot “cagnolino” AI presentato al CES 2026 (immagine su TechRadar, credit: Future)
Non è solo uno show: è un segnale. Come spiega Bernard Marr, futurologo e advisor strategico, l’intelligenza artificiale non è più uno strumento da attivare quando serve, ma una presenza costante, che lavora sullo sfondo, prende decisioni, guida i processi. Nel suo articolo su Forbes, “Why CES 2026 Signals The End Of ‘AI As A Tool’”, Marr descrive questo passaggio come il vero punto di svolta.
Un settore in cui questa svolta è evidente è quello della salute digitale. Al CES 2026, l’AgeTech ha mostrato come monitoraggio, prevenzione e assistenza quotidiana siano ormai parte di un nuovo mercato. Dispositivi come la Withings Body Scan 2 non si limitano a raccogliere dati: elaborano indicatori cardiovascolari e metabolici e propongono azioni concrete. Un medico virtuale, sempre in ascolto.
Ma c’è un altro passaggio critico. Con l’intelligenza artificiale che entra nella gestione della salute, emergono domande scomode: quanto possiamo fidarci di questi sistemi? Chi protegge i dati? Chi si assume la responsabilità quando qualcosa va storto? Per le aziende, significa nuove sfide di governance e reputazione, soprattutto quando queste soluzioni entrano nel welfare aziendale o nei servizi assicurativi.
E mentre l’IA si insinua nella quotidianità, un altro fronte promette di ridefinire ciò che pensavamo fosse possibile: la robotica umanoide e la mobilità intelligente sono pronte per il mercato… o forse no?
I robot guidano da dio, ma non sanno piegare il bucato
Nel North Hall del CES 2026 sembrava di essere entrati in un film di fantascienza. Robot umanoidi, bracci meccanici e assistenti autonomi hanno occupato la scena come mai prima. Ma la novità non era solo estetica: non erano prototipi da laboratorio, ma prodotti vicini al mercato. O almeno, così promettevano.
Poi, però, è arrivata la prova del nove: la realtà.
Il robot domestico CLOiD di LG, ad esempio, ha attirato l’attenzione per la sua capacità di piegare il bucato e servire cibo. Ma come ha raccontato Engadget, lo fa “very slowly”. Tradotto: tecnicamente ci riesce, ma troppo lentamente per essere davvero utile.
La stessa cautela arriva da Associated Press, che riconosce l’entusiasmo e gli investimenti, ma segnala limiti ancora evidenti in termini di destrezza, affidabilità e scalabilità. E Tom’s Guide è ancora più diretta: la dimostrazione live con i panni da piegare “non è andata bene”. Il problema? Manipolare tessuti morbidi è ancora un’impresa titanica per le macchine, anche quelle più sofisticate.
Insomma, se l’IA è già parte del quotidiano, la robotica umanoide è ancora alla ricerca di un posto reale nelle nostre case. Almeno per ora.
Diverso il discorso per la mobilità, dove il salto di maturità è tangibile. Diverse case automobilistiche hanno messo da parte i concept futuristici e si sono concentrate su software e intelligenza artificiale per migliorare ciò che esiste già.
Mercedes-Benz, ad esempio, ha annunciato che il nuovo modello CLA sarà equipaggiato con MB.OS, un sistema operativo sviluppato insieme a NVIDIA. L’obiettivo? Portare l’intelligenza artificiale a bordo dei veicoli, rendendoli capaci di aggiornarsi da soli (over-the-air) e di offrire guida assistita di Livello 2 anche nei contesti urbani più complessi.
Ma cosa significa Livello 2?
È una classificazione internazionale dell’automazione nei veicoli: l’auto può gestire sterzo, accelerazione e frenata contemporaneamente, ma il conducente deve sempre tenere le mani sul volante e rimanere vigile. In pratica, l’auto aiuta, ma non guida da sola.
Ma non è solo un gioco da colossi. Hyundai ha presentato la sua “AI Robotics Strategy”, basata su tre mosse molto concrete:
- avviare la collaborazione uomo-robot in ambienti produttivi reali;
- costruire una filiera completa dell’AI Robotics tra le sue affiliate;
- stringere alleanze con i principali attori globali dell’intelligenza artificiale.
Il tutto supportato da sistemi di produzione data-driven come RMAC e la Software-Defined Factory, e da partnership strategiche con Boston Dynamics e Google DeepMind per robot umanoidi sicuri ed efficienti.
Una strategia che ha già ricevuto il riconoscimento del CES: Hyundai Motor Company ha vinto il Best of Innovation Award 2026 nella categoria Robotics con MobED, una piattaforma mobile a quattro ruote con sospensioni indipendenti, pensata per muoversi agilmente su superfici irregolari e trasportare carichi o sensori.
Le auto si aggiornano da sole. I robot parlano. Ma qui il problema è un altro: come può un’impresa restare competitiva nel 2026?
Per le aziende, non è (più) il momento di aspettare
Se c’è una cosa che il CES 2026 ha chiarito, è questa: non serve l’ultima trovata geniale per restare in gioco, ma serve comunque integrare l’IA.
L’intelligenza artificiale non è più il terreno di sperimentazione per i pionieri. È lo standard operativo. E chi oggi la considera ancora un “progetto laterale”, rischia di rimanere escluso mentre il benchmark si sposta — silenziosamente ma inesorabilmente — in ogni settore.
Agricoltura, manifattura, logistica, servizi finanziari: non esistono più “zone franche”.
L’automazione intelligente taglia costi, riduce tempi, migliora previsioni, riscrive intere catene del valore. Per le PMI e le startup, il momento di cambiare passo è questo:
- scegliere pochi casi d’uso concreti e scalare con disciplina,
- oppure, mangiare la polvere dei competitor.
La buona notizia? Le tecnologie sono molto più accessibili di quanto sembri.
Cloud, piattaforme di AI “as a Service”, sensori IoT a basso costo: strumenti potenti, spesso plug-and-play, già a disposizione anche di chi non ha budget miliardari. Il vero sforzo è organizzativo, non solo economico. Bisogna misurare il ritorno, gestire bene i dati, garantire sicurezza e integrazione (vedi anche: Quando l’I.A. smette di essere una novità e diventa un problema giuridico – Canella Camaiora).
E non serve inventare tutto da zero: la presenza di oltre 1.200 startup al CES conferma che l’innovazione oggi arriva in forma modulare, pronta per essere adottata, integrata, combinata. Il vantaggio competitivo non si costruisce con il codice: si costruisce con le scelte.
Ma il terreno più delicato — e più strategico — resta il lavoro.
Gli LLM (Large Language Model) e i nuovi software agent sono già pronti ad automatizzare compiti ripetitivi, analisi, customer care. Ma ogni passaggio automatico sposta valore:
- verso chi sa formulare domande giuste,
- chi sa verificare le risposte,
- chi sa gestire le eccezioni,
- e chi si prende la responsabilità.
È qui che si gioca la vera partita. Non si tratta solo di adottare tecnologia, ma di cambiare testa, ruoli, cultura.
Upskilling e reskilling non sono più iniziative HR, ma strategie di sopravvivenza. Perché in un mercato che accelera, non vince chi ha l’AI, ma chi sa trasformarla in processi affidabili e ripetibili. E questo — più di qualsiasi demo — è ciò che le imprese devono portarsi a casa da Las Vegas.
© Canella Camaiora S.t.A. S.r.l. - Tutti i diritti riservati.
Data di pubblicazione: 19 Gennaio 2026
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Martina Di Molfetta
Laureata in Comunicazione, Innovazione e Multimedialità presso l'Università degli studi di Pavia.
