Si può usare il termine “Mafia” come marchio? La decisione dell’OEPM del 26 febbraio 2026

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Abstract

La recente decisione dell’autorità spagnola sui marchi riporta al centro un tema già affrontato a livello europeo: l’uso della parola “Mafia” può essere considerato contrario all’ordine pubblico e al buon costume. Il caso della catena “La Mafia si siede a tavola” mostra come, nel diritto dei marchi, la valutazione non si limiti al mercato ma coinvolga anche il significato sociale del segno e la percezione del pubblico.

Quando un marchio viola l’ordine pubblico: il caso “La Mafia si siede a tavola”

Il 26 febbraio, l’autorità spagnola competente in materia di marchi – l’Oficina Española de Patentes y Marcas (OEPM) – ha stabilito che il nome “La Mafia si siede a tavola” è incompatibile con l’ordine pubblico e con il buon costume.

La vicenda richiama un tema noto nel diritto dei marchi: non tutti i segni distintivi possono essere registrati o utilizzati liberamente. In alcuni casi, la valutazione non riguarda solo la distintività o il rischio di confusione tra segni, ma anche il rispetto di limiti legati a valori collettivi, come l’ordine pubblico e il buon costume.

È in questo contesto che si inserisce la controversia che riguarda la catena di ristoranti spagnola LA MAFIA SE SIENTA A LA MESA, attiva da anni sul mercato.

Secondo l’OEPM, l’uso del termine “Mafia” in un contesto commerciale legato alla ristorazione non può essere considerato neutro. Il nome del ristorante, anche nella sua traduzione italiana, richiama un fenomeno criminale reale e ancora attuale, e per questo motivo è stato ritenuto non compatibile con i requisiti richiesti per un marchio.

La decisione non arriva in modo isolato. Si inserisce in una vicenda più ampia, già affrontata a livello europeo, che ha portato la questione fino ai giudici dell’Unione. Ed è proprio da lì che conviene ripartire per capire come si è arrivati a questa conclusione.

Perché la Corte UE aveva già bocciato il marchio “Mafia”

La controversia ha origine nel 2015, quando l’EUIPO avviò – su impulso delle autorità italiane – un procedimento diretto a mettere in discussione la validità del marchio registrato a livello comunitario. Come già osservato in un precedente contributo pubblicato su questo sito (“La Mafia a tavola? No, grazie.”), l’iniziativa italiana mirava a ottenere la nullità del marchio per contrasto con ordine pubblico e buon costume.

La questione arrivò poi davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nel 2018 respinse le pretese della società titolare del segno.

Secondo i giudici europei, l’uso della parola “Mafia” all’interno di un marchio destinato a identificare ristoranti e attività legate al tempo libero finiva per trasmettere un’immagine positiva o banalizzata di un’organizzazione criminale reale. Non un fenomeno artistico ormai distante, ma una realtà che continua a produrre conseguenze concrete.

In questa prospettiva, il segno risultava incompatibile con i valori fondamentali dellUnione e poteva essere percepito come offensivo nei confronti delle vittime delle organizzazioni mafiose e delle loro famiglie.

Questo passaggio chiarisce un punto: nel diritto dei marchi, la valutazione non riguarda solo il mercato, ma anche il significato sociale del segno. Ed è proprio su questo terreno che si innesta la difesa della società spagnola.

La parola “Mafia” in un marchio: libertà di espressione o rischio di banalizzazione?

Dal canto suo, la società iberica – con sede a Saragozza e una rete di oltre cento ristoranti nel Paese – ha sempre respinto questa lettura.

Secondo il ristoratore, la parola “Mafia” nel marchio non avrebbe alcuna funzione di esaltazione della criminalità organizzata e, soprattutto, non verrebbe percepita in questo senso dalla clientela. Si tratta di un passaggio rilevante: nel diritto dei marchi, la percezione del pubblico è centrale quando si valuta la contrarietà di un segno all’ordine pubblico e al buon costume, come abbiamo già osservato nei contributi “Quella irresistibile voglia di esagerare: i marchi contrari all’ordine pubblico e al buon costume” e “Moralità e ordine pubblico: quali sono i marchi vietati dalla legge”.

Il riferimento, secondo la società, andrebbe piuttosto ricondotto a un immaginario diffuso nella letteratura e nel cinema, ormai radicato nella cultura popolare.

Nel contenzioso europeo, la difesa aveva infatti sostenuto che il marchio si ispirasse anche a un libro di cucina intitolato proprio LA MAFIA SE SIENTA A LA MESA. Inoltre, la scelta del nome richiamerebbe opere narrative e cinematografiche note al grande pubblico, come la saga de Il padrino (The Godfather).

La società ha infine sostenuto che la registrazione del marchio rientrerebbe nella libertà di espressione, rivendicando il diritto di utilizzare riferimenti culturali e simbolici anche in ambito commerciale.

È proprio questo il punto di frizione: fino a che punto un riferimento culturale può essere considerato lecito, quando richiama un fenomeno criminale reale?

Quando un marchio può essere vietato: rischi legali e conseguenze per l’impresa

La recente decisione dell’OEPM si pone dunque in continuità con l’orientamento già espresso a livello unionale.

In sostanza, l’autorità amministrativa ha ribadito che l’uso del termine “Mafia” in un contesto commerciale legato al piacere della tavola e alla convivialità normalizza o addirittura estetizza un fenomeno criminale tutt’altro che remoto; è stata quindi integralmente accolta la posizione della Repubblica Italiana, secondo cui il marchio sarebbe inaccettabile perché trasmette un’immagine positiva o folcloristica della Mafia, contribuendo peraltro a radicare uno stereotipo dannoso per l’immagine dell’Italia.

La società dispone ora di un mese per impugnare la decisione, anche se – secondo il quotidiano economico Expansión – l’azienda starebbe valutando anche un’altra strada: cambiare direttamente nome alla catena, evitando di trascinare oltre la controversia.

Non sappiamo, in effetti, quanto possa esserci di vero in queste indiscrezioni, ma va sottolineato come – nel frattempo – la questione si sia spostata anche sul piano giudiziario nazionale.

Lo Stato italiano, infatti, si è anche rivolto ai Juzgados Mercantiles di Barcellona, chiedendo che venga impedito alla società di continuare a utilizzare il marchio. Il procedimento è ancora nelle sue fasi iniziali, ma – secondo quanto riferito dai legali coinvolti – la decisione potrebbe arrivare entro un anno circa, con il rischio che il ristoratore spagnolo venga costretto a cessare definitivamente l’uso del segno.

La vicenda della catena LA MAFIA SE SIENTA A LA MESA è interessante perché mostra come il diritto dei marchi non si limiti a regolare la concorrenza tra imprese. In determinate circostanze, la valutazione di registrabilità di un segno richiede di interrogarsi anche sul significato sociale del segno, in relazione a valori collettivi, sensibilità sociali e memoria storica.

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Data di pubblicazione: 24 Marzo 2026

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Avv. Daniele Camaiora

Daniele Camaiora

Senior Partner dello studio legale Canella Camaiora, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Milano e Cassazionista, appassionato di Nuove Tecnologie, Cinema e Street Art.

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