Abstract
Meta chiude con un accordo che può arrivare a circa 17 miliardi di dollari il processo americano sulle accuse relative agli effetti di Facebook e Instagram sui minori.
L’intesa arriva mentre documenti interni emersi durante la discovery sollevano interrogativi su ciò che la società sapeva dei rischi di uso compulsivo delle piattaforme. La società non ammette responsabilità, ma accetta nuovi obblighi per gli utenti adolescenti.
Intanto, anche la Commissione europea contesta al colosso tecnologico problemi in parte simili sulla base del Digital Services Act.
Il confronto tra Stati Uniti ed Europa apre così una questione più ampia: il contenuto delle regole e la capacità di farle rispettare.
Perché per Meta pagare fino a 16,7 miliardi di dollari è meglio che andare a giudizio?
Meta ha scelto di chiudere con un accordo uno dei processi più delicati mai affrontati negli Stati Uniti sul rapporto tra social network e minori.
La transazione principale prevede pagamenti fino a circa 16,7 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni. Considerando anche l’accordo separato con il Texas, la cifra complessiva annunciata sfiora i 18 miliardi: secondo Meta, circa 12,7 miliardi rappresentano la componente garantita, mentre la quota residua dipenderà dall’adozione di tutele analoghe da parte di altre grandi piattaforme.
L’intesa è arrivata a processo già avviato. Il dibattimento si era infatti aperto il 18 agosto 2026 davanti alla U.S. District Court for the Northern District of California (Oakland), nell’ambito della causa promossa nel 2023. La svolta è maturata dopo il no della giudice Yvonne Gonzalez Rogers, che nel giugno 2026 ha respinto la richiesta di summary judgment presentata dalla società: ritenendo che esistessero ancora questioni di fatto da esaminare in aula, il tribunale ha costretto Meta ad andare a giudizio.
Sebbene la responsabilità legale di Meta rimanga tecnicamente da accertare e l’accordo non comporti ammissioni formali di illecito, per la società il rischio economico era diventato insostenibile: prima del dibattimento, i calcoli interni stimavano che le richieste dei quattro Stati capofila avrebbero potuto tradursi in sanzioni teoriche fino a 1.400 miliardi di dollari.
Oltre all’impatto finanziario, l’accordo – già approvato dal tribunale – impone modifiche dirette al funzionamento di Facebook e Instagram per gli utenti minorenni:
- Limiti di tempo: introduzione di un tetto giornaliero predefinito di due ore complessive per i minori di 18 anni, modificabile con l’autorizzazione di un genitore.
- Fasce orarie e notifiche: blocco dell’accesso dalle 24:00 alle 06:00 e disattivazione delle notifiche push durante l’orario scolastico ossia dalle 08:00 alle 15:00 (salvo eccezioni, con i messaggi diretti esenti da tali restrizioni).
- Controlli e verifiche: potenziamento degli strumenti di tutela per i genitori, misure più rigide di age assurance e audit annuali affidati a un soggetto indipendente per cinque anni.
Per capire perché gli Stati siano riusciti a ottenere condizioni di questa portata, è necessario però tornare all’origine della causa ed esaminare le contestazioni mosse a Meta e gli elementi emersi prima del processo.
Di cosa era accusata Meta per Facebook e Instagram?
California, Colorado, Kentucky e New Jersey accusavano Meta di aver progettato alcune caratteristiche di Facebook e Instagram con il preciso intento di favorire un uso compulsivo da parte dei minori. Tra le funzionalità contestate nella causa originaria del 2023 figuravano l’aggiornamento continuo della pagina (infinite scroll), la riproduzione automatica dei video (autoplay), l’invio incessante di notifiche, i “like”, gli algoritmi di raccomandazione e i filtri che modificano l’aspetto fisico.
L’accusa sosteneva che Meta fosse perfettamente consapevole dei rischi. Durante la discovery, infatti, erano emersi documenti e comunicazioni in cui i dipendenti discutevano apertamente del legame tra Instagram, adolescenti e uso compulsivo. Una consapevolezza interna che, secondo gli Stati, strideva radicalmente con le rassicurazioni fornite pubblicamente sulla sicurezza delle piattaforme.
Tuttavia, solo una parte di queste contestazioni è arrivata alla soglia del processo. Con l’ordinanza del 15 ottobre 2024, la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha applicato la Section 230(c)(1) del Communications Decency Act, la norma federale secondo cui nessun fornitore di un servizio web può essere considerato l’editore o l’autore di informazioni fornite da terzi.
In virtù di questo “scudo” legale, la giudice ha ritenuto inammissibili le accuse relative al modo in cui Meta seleziona e distribuisce i contenuti di altri utenti, tirando fuori dal processo l’ingombrante questione degli algoritmi di raccomandazione.
Nonostante questa vittoria parziale di Meta, sono rimaste in piedi contestazioni cruciali riguardanti i filtri estetici che alterano l’aspetto fisico, la presunta inefficacia degli strumenti per limitare il tempo trascorso sull’app e le criticità legate all’uso di account multipli.
A questo si aggiungeva un ulteriore, delicatissimo fronte: la gestione dei dati personali dei bambini sotto i 13 anni. Gli Stati imputavano a Meta di averli raccolti sistematicamente violando il Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA), la legge federale che tutela la privacy dei più piccoli in rete.
Sebbene il perimetro del processo si fosse ristretto rispetto alle maxi-accuse iniziali, le contestazioni sopravvissute hanno resistito a tutti i tentativi di Meta di archiviare la causa. Fino ad arrivare a giugno 2026 quando, a poche settimane dal previsto inizio del dibattimento, la situazione per l’azienda si è complicata ulteriormente.
Quali rischi ha evitato Meta chiudendo il processo?
Ai miliardi richiesti dagli Stati si aggiungeva il peso dei documenti emersi durante la discovery, la fase processuale statunitense in cui le parti devono scambiarsi gli atti e le prove rilevanti. Nel corso delle indagini erano infatti affiorate comunicazioni interne molto difficili da ignorare.
Tra gli elementi più delicati, citati nell’ordinanza della giudice Yvonne Gonzalez Rogers del 29 giugno 2026, figurano:
- Le comunicazioni tra dipendenti: In un messaggio interno, un dipendente scriveva che «alcuni dei nostri utenti sono dipendenti dai nostri prodotti» («some of our users are addicted to our products»), chiedendosi se l’obiettivo di aumentare costantemente il tempo di utilizzo non stesse incentivando la creazione di funzionalità «più capaci di creare dipendenza».
- Gli studi interni: Una presentazione del 2019 (Instagram Teen Well-Being Study) riportava già che «la dipendenza dall’app è comune su Instagram» («app addiction is common on IG»).
- Le deposizioni dei vertici: Durante una testimonianza giurata, alla domanda se Meta sapesse che l’uso problematico (problematic use) rappresentasse un problema reale per una parte significativa degli utenti, Mark Zuckerberg aveva risposto semplicemente: «Sì».
- I dati sull’uso notturno: Dagli atti processuali è emerso che milioni di adolescenti utilizzavano ogni settimana le piattaforme Meta nella fascia oraria tra mezzanotte e le quattro del mattino.
Questi materiali stridevano in modo evidente con le posizioni sostenute pubblicamente dalla società. Nel 2021, davanti al Congresso americano, il responsabile di Instagram Adam Mosseri aveva infatti affermato: «Non credo che le ricerche indichino che i nostri prodotti creino dipendenza». Nello stesso anno, Antigone Davis, allora responsabile globale della sicurezza di Facebook, aveva ribadito: «Non sono d’accordo nel definire i nostri prodotti come capaci di creare dipendenza».
Considerati singolarmente, questi elementi non equivalevano a una condanna automatica. Tuttavia, con il pronunciamento del 29 giugno 2026, la giudice aveva stabilito la presenza di elementi sufficienti per portare Meta a processo, lasciando al dibattimento il compito di accertare cosa la società sapesse davvero e se avesse rilasciato dichiarazioni ingannevoli.
È proprio questo che l’accordo ha permesso di evitare: un verdetto arrivato al termine di un processo pubblico incentrato sull’esame di documenti riservati, testimonianze sgradevoli e dichiarazioni dei vertici aziendali.
Mentre Meta chiude il capitolo giudiziario americano, sugli stessi temi resta però aperto il fronte della Commissione europea.
E in Europa? Chi deve far rispettare le regole a Meta?
Il caso americano apre una domanda fondamentale anche per gli utenti europei: esistono nel nostro ordinamento norme in grado di tutelare i minori da questo tipo di meccanismi?
La risposta è sì. Il Digital Services Act (DSA) impone alle grandi piattaforme obblighi precisi per prevenire i rischi sistemici sulle fasce più giovani. Poiché Facebook e Instagram sono classificate come “piattaforme online di dimensioni molto grandi” (VLOPs), la responsabilità primaria di far rispettare queste regole spetta direttamente alla Commissione europea.
Proprio a Bruxelles, infatti, la Commissione sta muovendo contestazioni del tutto analoghe a quelle emerse negli Stati Uniti.
Il 29 aprile 2026 la Commissione ha concluso in via preliminare che Facebook e Instagram non abbiano adottato misure adeguate per impedire l’accesso ai minori di 13 anni.
Il 10 luglio 2026 la Commissione ha notificato un rilievo ancora più pesante, contestando formalmente a Meta la violazione del DSA a causa di un design concepito per creare dipendenza. L’indagine prende di mira le stesse funzionalità al centro del dibattimento americano: infinite scroll, autoplay, notifiche push frequenti e sistemi di raccomandazione personalizzati.
In Europa le sanzioni amministrative possono rivelarsi persino più severe di quelle statunitensi: in caso di violazione accertata, l’articolo 74 del DSA autorizza la Commissione a irrogare multe fino al 6% del fatturato mondiale annuo della società (Regolamento UE 2022/2065).
La sincronia tra le due sponde dell’Atlantico è evidente. Le contestazioni europee si sono consolidate proprio mentre Meta si preparava ad affrontare l’aula di tribunale negli Stati Uniti, fino alla svolta del 26 agosto 2026 con l’annuncio dell’accordo americano da 18 miliardi.
Sebbene non sia possibile dimostrare un legame diretto tra l’intesa statunitense e la volontà di anticipare la stangata europea, la convergenza delle autorità spinge a una riflessione: per una multinazionale, adeguarsi preventivamente può servire a fissare uno standard americano di settore prima che le procedure si concludano con decisioni vincolanti UE?
Revisionato da: Debora Teruggia
Data di pubblicazione: 4 Settembre 2026
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Arlo Canella
Managing & founding partner, avvocato del Foro di Milano e cassazionista, responsabile formazione e ricerca indipendente dello Studio CC®.
