Abstract
Il caso Serpents mostra quanto possa pesare, nel mercato dell’arte, il giudizio dell’artista sulla propria opera. Jeff Koons disconosce un esemplare già esposto al pubblico: una trattativa da 1,6 milioni di euro salta e nasce una lunga causa. La Cassazione chiarisce che creazione, pubblicazione e vendita non coincidono: anche l’esposizione in una mostra aperta al pubblico può costituire pubblicazione e utilizzazione economica. Se un successivo disconoscimento risulta infondato e provoca la perdita di una concreta occasione di vendita, l’artista può essere tenuto al risarcimento del relativo danno che ne deriva.
Le ricadute del giudizio dell’artista sulla sua stessa opera
Serpents è una scultura in porcellana attribuita a Jeff Koons, composta da serpenti colorati intrecciati. L’esemplare al centro della vicenda è il numero 2 di 3 della serie Banality, una delle più note dell’artista.

La scultura fu realizzata nel 1988 dal laboratorio italiano Fidia, su incarico di Koons. Poco dopo venne inviata alla Galerie Max Hetzler di Colonia ed esposta in una mostra aperta al pubblico.
Da lì, per un tratto, si perdono le tracce dell’opera. La scultura rimase per due anni presso la dogana di Milano, senza essere reclamata. Finì quindi in un’asta di oggetti abbandonati e, attraverso alcuni passaggi, venne acquistata da un collezionista italiano.
Dopo diversi anni, il collezionista provò a venderla. Tentò nel 1997, nel 2007 e nel 2009. Secondo quanto riferito in giudizio, quei tentativi fallirono perché Koons negò di aver approvato e autorizzato l’esemplare.
La trattativa più concreta arrivò alla fine del 2014. Una galleria milanese formulò un’offerta da 1,6 milioni di euro, ma prima di chiudere volle verificare l’autenticità direttamente con l’entourage dell’artista.
Il 2 dicembre 2014 arrivò la risposta: l’oggetto era noto a Koons, ma veniva definito “un prototipo insoddisfacente” che avrebbe dovuto essere distrutto. Non era, quindi, un’opera autorizzata.
La trattativa si interruppe. Il collezionista si ritrovò con una scultura dal valore potenziale molto elevato, ma che la parola dello stesso artista rendeva di fatto invendibile. Decise quindi di fare causa davanti al Tribunale di Milano, convenendo, tra gli altri, Koons.
Il collezionista contro Koons
In primo grado il collezionista chiede al Tribunale di Milano di accertare che Serpents 2/3 sia un’opera edita, autorizzata, autentica, firmata e approvata da Koons. Su questa base domanda il risarcimento del danno per la vendita saltata (art. 2043 c.c.).
Koons si oppone. Sostiene che la scultura sia un prototipo imperfetto, mai approvato e destinato alla distruzione. Eccepisce anche la prescrizione: secondo lui, il primo rifiuto di riconoscere l’opera risale al 1997 e da lì decorre il termine di cinque anni previsto per il risarcimento da fatto illecito (art. 2947 c.c.). In via riconvenzionale chiede di bloccare la circolazione della scultura, ottenerne la consegna o la distruzione e avere a sua volta il risarcimento.
Il Tribunale accoglie l’eccezione di prescrizione. Ritiene che il danno si sia manifestato già nel 1997, quando il collezionista apprende il primo diniego di Koons. Per il primo giudice, i successivi rifiuti confermano soltanto la stessa posizione. La domanda risarcitoria proposta nel 2016 è quindi tardiva.
Il Tribunale respinge però anche le domande di Koons. L’esemplare non viene trattato come un prototipo uscito senza consenso, perché risulta già posto in circolazione con il consenso dell’artista.
In appello è Koons a muoversi per primo. Chiede di riformare la sentenza nella parte in cui ha respinto le sue domande. Vuole che sia riconosciuto il suo diritto a disconoscere l’opera e a impedirne la circolazione. Il collezionista reagisce con appello incidentale e contesta la prescrizione.
La Corte d’appello ammette l’appello incidentale, perché l’impugnazione di Koons riapre l’equilibrio complessivo della lite (art. 334 c.p.c.). Poi ribalta il punto centrale: il rifiuto del 2014 non è una semplice ripetizione del diniego del 1997. È un nuovo atto, rivolto a un potenziale acquirente, capace di produrre un danno autonomo.
Nel merito, la Corte accerta che Serpents 2/3 è un artwork autorizzato e autentico. Respinge quindi l’appello dell’artista, accoglie quello del collezionista e condanna Koons al risarcimento del danno.
A quel punto Koons ricorre in Cassazione.
Creazione, pubblicazione e vendita non sono la stessa cosa
Davanti alla Cassazione Koons contesta il cuore della decisione d’appello. Sostiene che Serpents 2/3 non sia mai stata autorizzata, approvata o immessa sul mercato. Secondo l’artista, l’esposizione alla mostra del 1988 non basta: senza vendita, non ci sarebbe stata una vera pubblicazione dell’opera.
La Cassazione (ord. 23935 del 7 agosto 2023) ordina la vicenda distinguendo tre concetti:
- creazione dell’opera,
- pubblicazione e
- sfruttamento economico.
Il primo momento è la creazione. Il diritto d’autore nasce quando l’opera viene creata. Non serve che sia venduta, esposta o formalmente riconosciuta in un atto. È sufficiente che prenda forma come espressione creativa (art. 2576 c.c.; art. 6 l.d.a.).
Il secondo momento è la pubblicazione. Qui l’opera esce dalla sfera privata dell’autore e viene resa conoscibile al pubblico. Per la Cassazione, nel caso di una scultura, anche l’esposizione in una mostra aperta al pubblico può essere pubblicazione (art. 12 l.d.a.).
La pubblicazione, poi, sostanzia un tipo di sfruttamento economico. Koons sostiene che, senza vendita, non ci sia vera utilizzazione economica. La Cassazione respinge questa lettura. Una mostra può produrre comunque un’utilità economica: visibilità, reputazione, ingresso nel circuito artistico, interesse dei collezionisti.
Applicato a Serpents, il ragionamento orienta il caso. Se l’esposizione del 1988 vale come pubblicazione, l’esemplare non è più un prototipo rimasto nella disponibilità privata dell’artista. È un’opera già resa pubblica con il consenso – espresso o tacito – di Koons.
Da lì diventa difficile sostenere, anni dopo, che l’artista possa bloccarne la circolazione semplicemente definendola non autentica. Può certamente esprimere il proprio giudizio sull’opera, ma se quel giudizio impedisce una vendita già avviata, può essere tenuto a risarcire il danno.
Quando una dichiarazione di “non autenticità” diventa un boomerang
Nel mercato dell’arte la parola dell’artista ha un peso particolare. Può confermare un’attribuzione, rassicurare un acquirente, sbloccare una vendita. Ma può anche fare l’opposto: rendere l’opera invendibile, ridurne il valore o interrompere una trattativa già avviata.
Il punto della sentenza è proprio questo. Se l’opera è già stata pubblicata e posta in circolazione con il consenso dell’autore, un successivo disconoscimento non è un fatto neutro. Occorre guardare agli effetti concreti della dichiarazione.
Per collezionisti e gallerie, la vicenda mostra quanto sia importante conservare la documentazione sulla storia dell’opera: provenienza, esposizioni, cataloghi, comunicazioni con l’artista o con la galleria, passaggi di proprietà. In un caso come questo, la prova della circolazione pubblica dell’opera diventa decisiva.
Per gli artisti e per chi li rappresenta, invece, il messaggio è diverso. Le dichiarazioni sull’autenticità o sull’autorizzazione di un’opera vanno gestite con cautela, soprattutto quando sono rivolte a un potenziale acquirente. Una risposta negativa può essere legittima, ma se è infondata e fa saltare una vendita, può aprire la strada al risarcimento.
È così che la Corte realizza quel “giusto bilanciamento tra diritti dell’autore dell’opera e tutela della libertà e della certezza dei traffici e dell’affidamento del terzo di buona fede” che attraversa tutta la decisione: da un lato la tutela dell’artista, dall’altro la stabilità del mercato dell’arte.
Il giudizio dell’artista, la sua opinione, resta libero e sacrosanto. Ma non è fuori dal diritto quando produce un danno sul mercato. Ed è questo il punto che rende il caso Serpents rilevante anche oltre la vicenda Koons.
Revisionato da: Arlo Canella
Data di pubblicazione: 13 Luglio 2026
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