Abstract
Quanto costa davvero avviare una startup? Dalle spese legali allo sviluppo del prodotto, fino al marketing: vediamo quali costi mettere in conto, quando conviene costituire la società e come finanziare il progetto attraverso risorse proprie, investitori, prestiti e incentivi pubblici. Una guida pratica, con fasce di costo indicative e consigli per pianificare il budget dei primi dodici mesi senza brutte sorprese.
Quanti soldi servono davvero per partire?
Quanto costa avviare una startup? Dipende, naturalmente, da quello che vogliamo realizzare. Ma questo non significa che non possiamo farci un’idea delle spese da affrontare.
Per orientarci, possiamo partire da tre grandi voci di costo, utilizzando alcune fasce economiche puramente indicative:
- Aspetti legali: da 2.000 a 10.000 euro. Costituzione della società, accordi tra fondatori, contratti, registrazione del marchio e prime attività di tutela della proprietà intellettuale. La spesa effettiva dipende dalle attività necessarie: un progetto che richiede depositi brevettuali in più Paesi può superare ampiamente questa fascia.
- Sviluppo del prodotto o servizio: tra 10.000 e 100.000 euro. Realizzazione del software, prototipi, test e attività tecniche necessarie per arrivare sul mercato. Se i fondatori possiedono già le competenze indispensabili, gli esborsi possono essere molto inferiori. Un progetto industriale complesso, invece, può richiedere investimenti ben maggiori.
- Marketing e vendite: da 5.000 a 50.000 euro. Analisi del mercato, comunicazione, campagne pubblicitarie, acquisizione dei primi clienti e organizzazione commerciale. Anche qui la spesa dipende dal prodotto, dai canali scelti e dalla durata delle attività.
Attenzione: non sono tariffe ufficiali né costi minimi per aprire una startup. Sono intervalli orientativi, utili per comprendere quanto possano variare gli investimenti iniziali. Non tutte le imprese sosterranno tutte queste spese, né necessariamente nello stesso momento.
La differenza la fanno soprattutto le competenze che abbiamo già e quelle che dobbiamo acquistare all’esterno.
Non è un caso che molte startup nascano da gruppi di fondatori con competenze complementari. Uno sviluppa il prodotto, un altro conosce il mercato, un altro ancora si occupa della gestione.
Ma attenzione: risparmiare sui collaboratori non significa poter fare a meno degli accordi. Prima di costituire la società, conviene chiarire chi farà che cosa, quali risorse metterà a disposizione e che cosa riceverà in cambio. Un accordo tra fondatori può evitare che un risparmio iniziale si trasformi in una controversia molto più costosa.
C’è poi un’altra domanda: per quanto tempo possiamo permetterci di lavorare senza incassare?
Ai costi iniziali si aggiungono infatti le spese ricorrenti: contabilità, strumenti, fornitori, collaboratori, imposte e contributi applicabili. E anche il tempo dei fondatori ha un valore, pur quando decidono di non percepire inizialmente un compenso.
Una startup non deve soltanto trovare i soldi per partire. Deve avere risorse sufficienti per arrivare al momento in cui il progetto comincerà a sostenersi.
Per capire se valga la pena affrontare questi investimenti, dobbiamo confrontarli con il mercato, i clienti raggiungibili e i margini attesi, come spieghiamo nell’approfondimento su come valutare un’idea di business.
Quanto costa costituire la società e quando conviene farlo?
Per costituire una startup non servono necessariamente 10.000 euro di capitale sociale. Una S.r.l. ordinaria può essere costituita anche con un capitale di un solo euro, come consente l’art. 2463 del Codice civile.
Attenzione, però: il capitale sociale non è il costo di costituzione e, soprattutto, non coincide con i soldi necessari per far funzionare l’impresa.
Se il capitale è inferiore a 10.000 euro, la legge prevede particolari regole sui conferimenti in denaro e sulla formazione della riserva. Restano poi da sostenere i costi dell’atto costitutivo, gli adempimenti amministrativi, la contabilità e le altre spese necessarie per avviare l’attività.
Esiste anche la S.r.l. semplificata (S.r.l.s.), che utilizza un modello standard e beneficia di alcune agevolazioni, tra cui l’esenzione dagli onorari notarili per la costituzione (art. 3, comma 3, d.l. 1/2012).
Ma anche qui bisogna fare attenzione. Lo statuto standard della S.r.l.s. non offre la stessa libertà di personalizzazione di quello di una S.r.l. ordinaria. E quando ci sono più fondatori, investitori o accordi particolari sulla gestione della società, risparmiare sulla costituzione potrebbe significare rinunciare a regole di cui avremo bisogno in seguito.
Per questo, prima ancora di scegliere la forma societaria, conviene chiarire alcuni aspetti: chi mette i soldi, chi sviluppa il prodotto, chi si occuperà dei clienti e come verranno distribuite quote, responsabilità e poteri decisionali.
Non occorre aspettare di essere soci per mettere nero su bianco le regole della collaborazione. Si può cominciare con un Memorandum of Understanding (MoU), un accordo preliminare che permette di definire obiettivi, ruoli, risorse e impegni, in attesa dei contratti definitivi. La sua efficacia vincolante dipende dal contenuto delle clausole.
Ne parliamo nella guida al Memorandum of Understanding (MoU) per startup e collaborazioni, curata da Pablo Lo Monaco Dominguez.
E quando conviene costituire la società?
Non necessariamente il giorno in cui ci viene un’idea. Conviene coordinare la costituzione con l’avvio effettivo dell’attività, i contratti da sottoscrivere e gli eventuali finanziamenti da richiedere. Alcuni bandi permettono di presentare domanda prima della nascita della società, mentre altri richiedono che sia già costituita.
C’è infine una distinzione importante: non tutte le nuove imprese sono automaticamente startup innovative.
La qualifica di startup innovativa richiede requisiti specifici e l’iscrizione nell’apposita sezione speciale del Registro delle imprese. La disciplina dell’art. 25 del d.l. 179/2012, modificata anche dalla legge n. 193/2024, prevede condizioni precise, comprese quelle per la permanenza oltre il terzo anno.
In definitiva, costituire una società può costare relativamente poco. Costituirla troppo presto, con i soci sbagliati o senza accordi chiari, può costare molto di più.
Come finanziare l’avvio prima e dopo la costituzione?
Una volta capito quanti soldi servono, arriva la domanda successiva: dove li troviamo?
Le possibilità sono diverse. Possiamo investire i nostri risparmi, chiedere un prestito, cercare investitori oppure partecipare a un bando pubblico. Ma attenzione: non tutti i finanziamenti funzionano allo stesso modo e, soprattutto, non tutti hanno lo stesso prezzo.
Vediamo le principali possibilità.
- Risparmi personali e finanziamenti dei fondatori. Sono spesso la prima risorsa disponibile. Possiamo apportare capitale alla società oppure prestarle denaro, ma dobbiamo distinguere le due operazioni e chiarire le condizioni di eventuale restituzione. E naturalmente valutare quanto possiamo permetterci di rischiare.
- Familiari e amici. Possono aiutarci con prestiti o investimenti. Anche qui servono accordi chiari: importi, scadenze, eventuali interessi e diritti riconosciuti. Perché trasformare un progetto imprenditoriale in un problema familiare non sarebbe un grande risultato.
- Banche e microcredito. I finanziamenti bancari richiedono una valutazione della capacità di rimborso e delle eventuali garanzie. Il microcredito imprenditoriale, in particolare, può arrivare fino a 75.000 euro, oppure 100.000 euro per le S.r.l., alle condizioni previste dalla disciplina applicabile. Comprende anche servizi di assistenza e monitoraggio. La garanzia pubblica facilita l’accesso al credito, ma non cancella il debito.
- Business angel e venture capital. I primi sono investitori privati che possono mettere a disposizione denaro, competenze e relazioni. I fondi di venture capital investono professionalmente in imprese con prospettive di crescita. In entrambi i casi, però, bisogna negoziare quote, poteri decisionali, condizioni dell’investimento e possibili modalità di uscita. Ottenere capitale può significare condividere anche il controllo dell’impresa.
- Crowdfunding. Permette di raccogliere risorse attraverso piattaforme online. A seconda del modello, possiamo ricevere investimenti nel capitale, prestiti oppure contributi collegati alla prevendita di prodotti. Cambiano quindi gli obblighi, i costi della piattaforma e le regole applicabili.
- Incubatori e acceleratori. Offrono programmi di accompagnamento, contatti, formazione e, in alcuni casi, investimenti. Possono essere molto utili nelle prime fasi, ma occorre valutare il valore concreto dei servizi ricevuti e le eventuali quote richieste in cambio.
- Bandi e incentivi pubblici. Possono sostenere investimenti, innovazione e sviluppo attraverso contributi, finanziamenti agevolati o altre forme di sostegno. Ma non tutti sono a fondo perduto e ciascuno prevede requisiti, spese ammissibili, scadenze e obblighi di rendicontazione.
Tra gli strumenti pubblici merita particolare attenzione Smart&Start Italia, gestito da Invitalia per sostenere le startup innovative.
La misura finanzia programmi di spesa compresi tra 100.000 e 1,5 milioni di euro, con un finanziamento a tasso zero normalmente pari all’80% delle spese ammissibili, che può arrivare al 90% in determinate condizioni. Sono previste anche forme di beneficio a fondo perduto per specifici territori e nei limiti applicabili.
Un aspetto interessante è che non occorre necessariamente aver già costituito la società per presentare domanda. Smart&Start ammette anche team di persone fisiche, che dovranno poi costituire la startup e soddisfare i requisiti richiesti nei termini previsti.
Attenzione agli aggiornamenti: il decreto ministeriale del 13 luglio 2026 ha modificato la disciplina di Smart&Start. Le nuove disposizioni sono subordinate alla pubblicazione della relativa circolare attuativa, perciò bisogna verificare quali regole siano effettivamente applicabili al momento della domanda.
Esistono poi agevolazioni fiscali per chi investe nel capitale delle startup innovative, disciplinate dagli artt. 29 e 29-bis del d.l. 179/2012, modificati anche dalla legge n. 193/2024. Sono strumenti che possono rendere più interessante l’investimento per determinati soggetti, ma non equivalgono a denaro automaticamente versato alla startup.
Per chi sviluppa invenzioni, marchi e design, possono essere utili anche le misure Brevetti+, Disegni+ e Marchi+, alle quali abbiamo dedicato un approfondimento sui bandi 2026.
C’è però una regola da ricordare: un contributo richiesto non è un contributo ottenuto. E un contributo concesso non è necessariamente denaro già disponibile sul conto corrente.
Bisogna quindi verificare quando le spese possono essere sostenute, quali documenti serviranno per rendicontarle e quando è prevista l’erogazione. Altrimenti rischiamo di finanziare un investimento contando su soldi che arriveranno troppo tardi, o che potrebbero non arrivare affatto.
In definitiva, non esiste una fonte di finanziamento migliore in assoluto. Dipende dalla fase del progetto, dalle risorse necessarie e da quanto controllo siamo disposti a condividere.
Perché trovare qualcuno disposto a finanziare la nostra startup è certamente una buona notizia. Capire che cosa vuole in cambio è altrettanto importante.
Come capire se il budget regge nei primi dodici mesi?
Abbiamo stimato i costi, scelto quando costituire la società e individuato le possibili fonti di finanziamento. A questo punto resta una domanda: i soldi che abbiamo raccolto saranno sufficienti per arrivare ai primi risultati?
Per rispondere non basta un budget iniziale. Serve un piano che ci permetta di capire, mese dopo mese, quanto spenderemo, quanto prevediamo di incassare e quali impegni dovremo rispettare.
Perché una startup cambia rapidamente. Il prodotto richiede nuove funzionalità, arrivano i primi collaboratori, aumentano le spese commerciali. E magari i clienti impiegano più tempo del previsto a pagare.
Il problema non è soltanto quanto guadagniamo, ma quando entrano e quando escono i soldi.
Facciamo un esempio. Abbiamo venduto un servizio per 10.000 euro, ma il cliente ci pagherà tra novanta giorni. Nel frattempo dobbiamo pagare i fornitori, gli strumenti e le persone che lavorano al progetto.
Sulla carta abbiamo realizzato una vendita. Sul conto corrente, però, quei 10.000 euro non ci sono ancora.
Ecco perché bisogna distinguere ricavi, margini e liquidità. Il margine misura ciò che resta dei ricavi dopo aver sottratto determinati costi, ma bisogna sempre chiarire quali. La liquidità, invece, è il denaro effettivamente disponibile per affrontare i pagamenti.
Una startup può avere buone prospettive commerciali e trovarsi comunque in difficoltà perché incassa troppo tardi.
Per questo suggerisco di costruire un piano finanziario dei primi dodici mesi, aggiornandolo regolarmente e prevedendo anche uno scenario meno favorevole: vendite inferiori alle attese, clienti che pagano in ritardo oppure costi di sviluppo più elevati.
Il metodo è simile a quello che abbiamo approfondito nell’articolo dedicato al piano industriale delle PMI e alla valutazione della sua credibilità. Anche gli strumenti di intelligenza artificiale possono aiutare a organizzare i dati e simulare scenari, purché le ipotesi di partenza siano realistiche e verificabili.
Prima di assumere nuovi impegni, ci sono cinque domande che vale la pena farsi:
- Sappiamo quanto spenderemo e quando? Ogni costo dovrebbe avere una funzione, un importo ragionevole e una scadenza.
- Quanto possiamo resistere senza nuovi incassi? Dobbiamo conoscere la liquidità disponibile e il tempo necessario prima di esaurirla.
- Le nostre previsioni di vendita sono credibili? Non basta immaginare quanti clienti vorremmo avere: servono dati, verifiche e ipotesi sostenibili.
- I finanziamenti arriveranno quando ne avremo bisogno? Prestiti, investimenti e contributi pubblici hanno condizioni e tempi che devono essere considerati.
- Sappiamo che cosa tagliare o rinviare se le cose vanno peggio del previsto? Avere un piano alternativo permette di intervenire prima che la liquidità diventi insufficiente.
Non significa che dobbiamo prevedere tutto. Sarebbe impossibile, soprattutto quando stiamo sviluppando qualcosa di nuovo.
Significa, piuttosto, sapere quanto possiamo permetterci di rischiare e riconoscere per tempo quando è necessario cambiare strada.
Perché avviare una startup richiede certamente una buona idea, competenze e coraggio. Ma per farla crescere serve anche la capacità di distinguere ciò che vorremmo realizzare da ciò che, in quel momento, possiamo davvero permetterci.
Data di pubblicazione: 6 Aprile 2023
Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2026
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Arlo Canella
Managing & founding partner, avvocato del Foro di Milano e cassazionista, responsabile formazione e ricerca indipendente dello Studio CC®.
