
Domanda del lettore:
«Ho creato gratuitamente un logo per una società: posso chiedere un compenso o impedirle di continuare a utilizzarlo?»
Quando un logo viene realizzato senza compenso e senza un contratto scritto, occorre distinguere due questioni. La prima riguarda il pagamento dell’attività già svolta; la seconda, spesso più importante, riguarda i diritti necessari per continuare a utilizzare il logo.
Orientamento Legale
Se era stato concordato con chiarezza che il lavoro sarebbe stato gratuito, non è possibile trasformare unilateralmente e retroattivamente quell’accordo in un incarico retribuito. Il cambio dei soci o della proprietà della società non modifica questa conclusione: se è rimasto invariato il soggetto giuridico, la società è ancora la stessa.
Questo, però, non significa che la società abbia necessariamente acquistato anche tutti i diritti sul logo. L’articolo 4 della legge n. 81 del 2017, il cosiddetto Jobs Act del lavoro autonomo, stabilisce una regola precisa: i diritti di utilizzazione economica sugli apporti originali realizzati durante l’incarico spettano al lavoratore autonomo, salvo che l’attività creativa sia stata prevista come oggetto del contratto e compensata proprio a tale scopo.
La norma non rende automaticamente oneroso un lavoro che era stato consapevolmente offerto gratis. Stabilisce, invece, chi conserva i diritti economici sul risultato creativo. Nel caso descritto manca proprio il compenso per l’attività creativa e non risulta sottoscritto un accordo di cessione. La società, pertanto, non può presumere di avere acquistato definitivamente tutti i diritti soltanto perché il logo le è stato consegnato.
È questo il principale potere negoziale del freelance. Anche quando non possa esigere il pagamento retroattivo del lavoro promesso gratuitamente, può chiedere un corrispettivo per concedere o trasferire i diritti necessari allo sfruttamento futuro del logo. Il compenso non remunererebbe allora la semplice attività già eseguita, ma la licenza o la cessione dei diritti sull’opera.
Resta però da verificare se l’autore abbia autorizzato la società a utilizzare il logo. Se il segno è stato creato e consegnato proprio affinché diventasse l’identità visiva dell’impresa, il comportamento delle parti potrebbe dimostrare l’esistenza di un’autorizzazione implicita, almeno per gli usi corrispondenti allo scopo originario. La titolarità dei diritti e l’autorizzazione all’uso sono piani distinti: i diritti possono essere rimasti all’autore, mentre la società può avere ricevuto una licenza, anche se non formalizzata.
Diventano quindi decisive la portata e la durata di questa autorizzazione. Occorre verificare se comprendesse soltanto l’uso ordinario del logo, oppure anche la sua modifica, la concessione a terzi, la registrazione come marchio e l’utilizzo da parte di un soggetto giuridico diverso. Se sono cambiati soltanto i soci, la società resta la stessa; se invece il marchio o l’attività sono stati trasferiti a un’altra società, la posizione deve essere esaminata diversamente.
Anche l’eventuale registrazione del logo come marchio non cancella i diritti d’autore. Se il logo presenta un sufficiente carattere creativo, la registrazione effettuata senza il consenso del titolare dei diritti potrebbe essere contestata. La solidità della contestazione dipende però dall’originalità del segno, dagli accordi intercorsi e dall’autorizzazione che può essere ricavata dal comportamento dell’autore.
I file originali, le bozze e i metadati sono utili per dimostrare la paternità e il processo creativo. Non provano, da soli, che il logo possieda il livello di creatività richiesto né quale autorizzazione sia stata concessa alla società.
L’assenza della partita IVA, infine, non elimina la qualità di autore e non impedisce di essere titolare dei diritti economici. La legge n. 81 del 2017 si applica anche al lavoro autonomo non esercitato necessariamente attraverso un’attività professionale abituale. La partita IVA riguarda il trattamento fiscale del corrispettivo e deve essere valutata separatamente, ma non decide a chi appartengano i diritti sul logo.
Se la società cessasse completamente di utilizzarlo, non nascerebbe per questo un diritto al pagamento dell’attività originariamente promessa come gratuita. Potrebbe invece rimanere una pretesa economica per eventuali utilizzazioni non autorizzate già compiute o per l’acquisto definitivo dei diritti, se la società volesse conservarli.
Consigli Pratici
- Ricostruisci l’accordo originario. Raccogli messaggi, e-mail e conversazioni per documentare che cosa fosse stato richiesto, perché il logo fosse stato realizzato e quali utilizzi fossero stati prospettati.
- Conserva le prove della creazione. Organizza file sorgente, bozze, metadati, esportazioni successive e comunicazioni di consegna, preservandone le date.
- Verifica società e marchio. Accertati se sia cambiata soltanto la compagine sociale oppure il soggetto che utilizza il logo. Recupera inoltre titolare, data, classi e numero dell’eventuale registrazione.
- Distingui le pretese economiche. Il pagamento del lavoro passato, il prezzo di una licenza, il corrispettivo per la cessione definitiva e il risarcimento per usi non autorizzati hanno presupposti differenti.
- Definisci il perimetro dell’autorizzazione. Occorre stabilire se il consenso iniziale comprendesse soltanto l’uso del logo da parte della società oppure anche registrazione, modifiche, cessioni e utilizzi da parte di terzi.
- Proponi una regolarizzazione scritta. La comunicazione alla società dovrebbe indicare la titolarità rivendicata, gli utilizzi contestati e le condizioni economiche per una licenza o una cessione, evitando di presentare come certo ciò che deve ancora essere ricostruito.
In sintesi, la gratuità del lavoro può impedire di chiedere oggi il pagamento della prestazione già eseguita, ma non comporta automaticamente la perdita dei diritti economici sul logo. Il vero punto di forza del freelance può essere la possibilità di condizionare lo sfruttamento futuro alla conclusione di una licenza o di una cessione regolarmente remunerata.
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